Insufficienza renale. Nei terremoti è questione di vita o di morte.

(Credits: Croce Rossa Italiana)

(Credits: Croce Rossa Italiana)

Di Giuseppe Quintaliani

Insufficienza renale. Nei terremoti è questione di vita o di morte

Un’unica cosa ti rimane dentro, ed è per questo che scrivo: devo mettere in guardia, non devo solo trattare ma anche informare quanto più possibile (allora, sennò, perché mai avrei fatto il Master in comunicazione?), soprattutto i giovani colleghi che, o non l’hanno mai vista, o comunque spesso non la considerano tra le opzioni (ricordiamoci che qualunque diagnosi parte dal ri-conoscere ciò che si conosce già). Ebbene ricordiamoci tutti che la insufficienza renale è la complicazione più temibile in un terremoto per i sopravvissuti. Pensateci subito, fate come se la vedeste, come se ci fosse anche se non la vedete. Trattatela in ogni caso. Subito, non perdete tempo, ogni minuto può fare la differenza. È questione di vita o di morte.Il terremoto non finisce con le scosse. No, anzi, inizia spesso un iter difficile, una battaglia silenziosa in cui si combatte per la vita e dove, comunque, ci sono sequele dolorose. I sopravvissuti iniziano il loro calvario negli ospedali. Salvati sì, certo, ma forse estratti vivi sarebbe la parola giusta, salvati lo si vedrà dopo giorni di guerra tremenda e senza esclusione di colpi.

Forse non è chiaro a tutti, ma le sequele più pericolose per la vita sono quelle renali. I muscoli schiacciati rilasciano pigmenti e sostanze tossiche tra cui l’emoglobina che arrivano al rene e lo bloccano. È necessario spesso iniziare la dialisi. La Società di nefrologia si è subito mossa, dopo il devastante terremoto di Lazio-Marche, dando disponibilità al Ministero, anche grazie al gruppo (The ISN Renal Disaster Relief Task Force (RDRTF) sotto l’egida della Società Internazionale di nefrologia e di Médecins sans Frontières.

Il team è stato creato in risposta al terremoto in Armenia del 1988, quando ci si rese conto che le morti da insufficienza renale erano inaccettabili dopo disastri geologici. Quella che viene definita Crush Syndrome è un’evenienza ben studiata soprattutto in occasione delle guerra dove, chi è rimasto sotto le bombe, schiacciato, e con forti traumi, soffre di questa spaventosa e devastante conseguenza. Attualmente la si vede spesso in Siria dove le insufficienze renali acute sono all’ordine del giorno e nei terremoti devastanti con tanti feriti. Ma si deve far presto. In questi casi le prime ore sono fondamentali. È necessario somministrare liquidi, tanti. E se la diuresi diminuisce, dialisi, subito, fin dalle prime avvisaglie, senza aspettare l’aggravarsi delle condizioni. La buona riuscita dei trattamenti dipende spesso da quanto prima si inizia.

Sarà la per la vicinanza geografica, per il mio ruolo o semplicemente per la conoscenza stretta con tanti nefrologi della zona, che mi chiedono di coordinare gli aiuti nefrologici. Inizia il calvario delle telefonate, la situazione fortunatamente non è critica anche perché l’ospedale di Amatrice non aveva la dialisi, ma molto seria. I feriti arrivano, anche in elicottero. Da un centro vicino il collega sembra disperato: “abbiamo tanta gente in pronto soccorso, forse dovremo fare dialisi. Per ora me la cavo da solo, mandami protocolli aggiornati”. Detto fatto, partono le prime linee guida per uniformare la situazione, ma i pazienti sono diversi, ognuno ha i suoi problemi, oltre al rene i traumi, alcuni hanno lesioni muscolari imponenti. I muscoli si sfilacciano, si gonfiano e si riempiono di acqua sottraendola all’organismo, si perde albumina e sangue. La dialisi non basta. La mioglobina rilasciata dai muscoli arriva a livelli che le apparecchiature di laboratorio non riescono a dosare.

Spulciando la letteratura vediamo che ci sono indicazioni per l’uso un nuovo filtro per la dialisi utilizzabile da pochi mesi; vengono da un progetto dell’esercito americano proprio per questa evenienza.

Bene. Contattiamo la ditta; “certo che ve li posso fare avere, una campionatura gratis per 7 giorni ok?” benissimo (non sempre le Big Pharma sono da condannare). Il filtro è in commercio l’ordine, la trasmissione e la fatturazione rappresentano pastoie burocratiche: meglio una telefonata. Inizia la ricerca del modo per averli, estate piena, corrieri in ferie.

Ma c’è la Polizia di Stato, i nostri angeli custodi, staffette a sirene spiegate ed arrivano i filtri in due città. Si va avanti ad oltranza. Dialisi 24, poi 48, poi 72 ore. Un caso, proprio il nostro, diventa il più complesso di tutti. Medici, infermieri stremati aspettando che le condizioni migliorino; tempo scandito dai “bip” delle apparecchiature di monitoraggio, paziente che sembra essere circondati da areole di farmaci, siringhe, pompe di infusione. Aspettiamo ancora, insistiamo senza sosta, con tenacia, con protervia, con ostinazione, anche contro ogni evidenza. Ciononostante la Pressione Arteriosa si abbassa, inesorabilmente, “dai con la noradrenalina” (un farmaco che dovrebbe aiutare a tenere alta la PA), ma non basta; non basta, liquidi a litri, albumina, sangue. Nefrologi, intensivisti, chirurghi, tutti attorno, 24 ore su 24 pronti a cogliere un qualche accenno dalle macchine che ci dicano che si cambia strada. Paziente stremato, sempre più difficile, sempre più compromesso , sua figlia, anche lei salvata, è in un altro spedale, la nostra speranza è di farli riabbracciare. I parenti fuori dalla porta della terapia intensiva. Andiamo avanti, le proviamo tutte, fino a quando tutto finisce. Ci guardiamo in faccia, nessuno osa parlare, lo sapevamo, ma ci abbiamo creduto, occhi lucidi per la rabbia e per la delusione, ma soprattutto per aver perso quello che era diventato un amico, uno che aveva bisogno di noi e che non siamo riusciti ad aiutare. Si esce dalla terapia intensiva con gli occhi bassi, si ringrazia il proprio Dio di non dovere esser tra coloro cui spetta il fardello di comunicare la morte ai parenti. Ci si sente dentro tanta amarezza, la vita , ancora una volta ci insegna che la medicina non è onnipotente, anzi fallace, che siamo sacerdoti di potenze capricciose e crudeli; la morte sempre in agguato in un doloroso duello con la speranza. Ma non c’è tempo per rammaricarsi, bisogna agire. C’eè ancora bisogno di noi. Come stanno gli altri pazienti con problemi renali e fortunatamente non in dialisi? Dall’altro ospedale, buone nuove, forse due stabili stanno usufruendo della dialisi, un altro è critico, dagli altri ospedali ancora buone nuove, forse ce la faranno. Loro sì, si forse ce la faranno, ma perché diavolo proprio a noi è toccato il più grave? Perché? Non basta dire che forse siamo il centro a più elevata complessità vicino al sisma e quindi ovviamente eligibile per il paziente più grave. Ma l’insuccesso brucia, l’amarezza rimane.

Maledetto lavoro, devi avere a che fare con gente che ha la speranza negli occhi e la perde giorno dopo giorno fino a quando scompare insieme alla luce nei loro occhi spaventati. Pensavamo di farcela, invece no. Si poteva fare qualcosa di più? Non lo so . Forse Sì, forse No. Ripassi mentalmente ogni passaggio, ogni scelta ed arrivi sempre alla stessa conclusione, tutto giusto, ma non sufficiente.

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