Otto righe nere

unnamedDi Gemma Musacchio

Riempiono metà dello schermo del mio Mac, in grassetto, nere, sono le mail del sistema di allerta automatico. La tazza del caffè appoggiata sul tavolo della mia cucina, mentre cerco disperatamente nell’oggetto il luogo e la magnitudo. E’ la profondità, benché un dato tra tutti il meno preciso, che mi procura sgomento: Mw6.0, Rieti, 5km di profondità. M’accascio sulla sedia – 5 km! – e gli occhi chiusi riportano nella mia mente immagini di un film già visto troppe volte.

Le ritrovo in Googlenews sinistramente simili a come le avevo pensate e vorrei non prestare attenzione al numero delle vittime della prim’ora; so bene che aumenterà.

Edifici sbriciolati, un intero paese non esiste più. Tutti i suoi abitanti sono là, sotto; non-esiste-più. Mi ricorda i documenti che avevo consultato quando preparammo la mostra per i 100 anni del Terremoto della Marsica. In un video della RAI il commentatore lo diceva “… non-esiste-più”. Avezzano si trova a soli 60 km in linea d’aria da Amatrice e 100 anni fa 30000 morti. Tra i due L’Aquila, 309 morti e il centro distrutto: 30 km e soli 7 anni fa. Potrei andare avanti, con un elenco solo di quelli che hanno battuto i rintocchi della mia vita da geologa.

 

Il pensiero va alle persone della mia cerchia. Un whatsapp a Pino, compagno di Master che vive a Perugia, ha una risposta immediata “Ha tremato parecchio ma a Perugia non ci sono stati problemi”.  Arrivano richieste da conoscenti i cui volti fatico persino a ricordare “Scusa se disturbo, sono a Gattico in vacanza. Nella notte ho sentito le scosse, i vetri tremavano, il letto ballava, le sirene… che cosa devo fare?” e poi “la mia amica è a Martinsicuro. Che cosa le dico?”. Io freneticamente rispondo, non ho nemmeno gli occhiali, e non bado agli errori che il correttore mi segnala. L’importante è che si capisca il senso. “A che piano siete? Letto lontano da vetri o specchi. Tutto ciò che non è fissato potrebbe arrivarvi in testa. Prepara uno zainetto con le cose essenziali: medicine, acqua, fischietto e torcia a dinamo. Un sacchetto con scarpe chiuse legato alla gamba del letto” Solo in seguito mi accorgo che la distanza non prelude ad una eventuale evacuazione, ma i consigli sugli oggetti pesanti non fissati vanno bene sempre e comunque. ” No, non sappiamo quando finirà e dove proseguirà la rottura. Seguite le indicazioni della protezione civile” Poi un messaggio da Gubbio – altro ricordo di terremoto-  è la mamma di un compagno di scuola di mio figlio. Sono in vacanza. Loro abitano in una villetta nuova a due piani, antisismica, dicono. Descrivono il boato sismico. Forse è suggestione ma grande paura.

Mariasilvia, che ancora ha dentro le scosse dell’Emilia, mi scrive “Quanto dolore…”. Riesco a toccare la dolcezza delle sue parole.

Durante il forum de “la Bruna”-  è il nomignolo che abbiamo dato alla prof. De Marchi- ci siamo confrontati sul terremoto dell’Emilia: noi, in due geologhe, da un lato e colleghi di corso che hanno vissuto il terremoto in prima persona. Ora anche loro dicono che le vittime non le fa il terremoto, ma i crolli degli edifici. Non è una questione semantica.

Tre giorni dopo l’evento più forte la rottura continua; la terra trema ancora. Non sappiamo per quanto tempo. Chi è sopravvissuto ora ha per casa una tenda e forse non trema più. E’ l’Appennino che si allarga, vuole scendere a mare in un desiderio di transumanza a senso unico che non possiamo fermare. Nella Storia si leggono le tracce del suo passaggio, segni in una terra che sa ma che vorrebbe non fosse.

 

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