LA CARTA È CARTA, MA IL WEB NON È WEB

Si è da poco concluso il secondo modulo del Master, con una bellissima esercitazione in presenza dedicata alla stesura di articoli destinati al web, degno completamento 2.0 del primo laboratorio di scrittura, durante il quale abbiamo prodotto pezzi per i giornali su carta.

Qualcosa, in questa occasione, mi è mancato. Il tutto mi è sembrato forse un po’ sottotono rispetto allo scorso workshop a Ferrara, ma è anche vero che “la prima volta non si scorda mai”.

Nell’ultimo incontro non ho ritrovato quell’inspiegabile eccitazione che a febbraio la classe, una trentina di volenterosi (evidentemente non impegnati a sufficienza dalla vita quotidiana), aveva portato in quell’aula che, paradossalmente, con l’avvicinarsi dell’estate diviene inspiegabilmente sempre più fredda.

Ho appena visto in tv l’Atletico passare il turno contro il ben più quotato Bayern: il merito è stato immediatamente riconosciuto al Cholo Simeone, un allenatore che fa del carisma e della grinta il suo marchio di fabbri… . Ed ecco che all’improvviso capisco cosa mi è mancato durante l’ultimo week end a Ferrara: una scossa, un’iniezione di adrenalina, la “febbre del sabato sera” di John Travolta, la “frenesia alimentare” degli squali, quello che Rocco Siffredi chiamerebbe… vabbe’ lasciamo stare…

Dopo aver compreso che le grandi difficoltà del giornalismo scientifico, al quale noi studenti ci stiamo approcciando un po’ come dei martiri ubriachi di multimedialità e notiziabilità, sono le stesse sia che si scriva per il web sia che si scriva per la carta stampata , avrei avuto bisogno di qualcosa che mi aiutasse ad aggredire con maggior entusiasmo la mia prima notizia in formato 2.0.

Al ritorno dal pranzo di sabato solo il freddo della stanza era più intenso del timore che aleggiava, trionfante, sulle nostre menti intimidite dell’imminente vaglio alla riunione di redazione delle nostre proposte per il giornale online Galileonet.

La prima volta, invece, era stato tutto diverso. I contorni del ricordo sono sfumati, ma vedo chiaramente Michele Fabbri seduto davanti a noi, a ricoprire i tavoli di giornali di carta.

Carta: concetto ribadito, in modo assolutamente non ridondante dallo stesso docente, attraverso quella che definirei una poesia futurista dedicata al giornalismo “tangibile”:

“E questa? – Fabbri ci aveva posto la domanda con il tono di chi fingeva di non aver mai visto prima quei fogli – Cos’è? Ma non è forse carta? – Mai domanda retorica fu più significativa – Ma è carta-carta! È carta! Guardate! Carta Carta Carta Carta  – Aveva sottolineato  sfogliando le pagine.

E alla fine dell’enfatica esortazione alla scrittura che ne era seguita, la temperatura della stanza (che rasentava i -273,15 °C) si era riscaldata in un lampo. Un “Big Bang” di ardore giornalistico e di buoni propositi notiziabili aveva pervaso l’aula.

Ma per il web non è andata così. Nessuno ci ha chiesto “Cos’è questo?” indicando uno schermo. Nessuno ha definito il web, in modo rivoluzionario, come web-web. Nessuno ha concluso con veemenza la strofa di un inno al protocollo http dicendo: “È web!”.

Ma l’occasione per recuperare quella spinta emotiva ci sarà già tra qualche mese, nel prossimo laboratorio di “Data journalism”, quando dei semplici dati potrebbero diventare “dati-dati”, e meritare anch’essi un’ode celebrativa.

Gabriele Andreatta

 

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