C’è bisogno di noi! (O forse no…)

Provo a trovare ogni squarcio di tempo per mettermi a guardare le videolezioni sul secondo insegnamento. Lo faccio per me. Non perché devo, non mi pesa. Non siamo alle superiori… però il cliché della frizzante (e ansiogena) brezza che soffia quando ci si sente nuovamente studenti… è proprio questo che sento.
Ma forse non è tanto il sentirmi nuovamente studente, quanto l’aver cominciato qualcosa di nuovo. Diciamoci la verità, qualcosa non iniziato sotto la migliore delle stelle: arrivato in ritardo al mattino del primo weekend, prenotazione all’albergo tal dei tali dissoltasi nei vaghi balbettii dell’oste e,
dulcis in fundo, il co-direttore del master che, con la spensieratezza di chi ti racconta l’ennesimo “Ci sono un inglese, un tedesco e un italiano…” ti viene a dire in faccia (e dire che apprezzo la sincerità!) che il giornalismo scientifico non paga. A metà tra lo sconforto ed un’insospettabile autoironia, non posso nascondere di aver pensato “è il posto per me, sognatore incallito, ingenuo idealista, fedele abitante di quelle lande chiamate nuvole”. Vivo tra le nuvole, quante volte me lo sono sentito dire. Eppure è stato uno straordinario pragmatismo a spingermi verso questo master, quello di chi, pur senza navigatore, comincia a capire di essere finito in autostrada giocando a mosca cieca. Sai, il vento tra i capelli per le macchine che sfrecciano, un pungente odore di freni… insomma, non una piacevole sensazione.

Alla prima lezione scopro che:

  1. la terza figura di riferimento in ambito scientifico per gli italiani sono… i religiosi (O_O)… pari merito con i giornalisti (!), e mi chiedo allora se con un master in gcs si possa fornire un servizio liturgico migliore.
  2. Il 51% degli italiani considera gli scienziati gli interlocutori più autorevoli… (rullo di tamburi) in fatto di scienza. Dentro me sento quel caratteristico suono del charleston che segue la tipica freddura da cabaret. Cioè, fatemi capire: probabilmente solo meno italiani pensano che i politici siano i più autorevoli interlocutori di politica.

“C’è bisogno di noi”, penso. Ma tanto bisogno. Il problema è che non so se la società se ne renda conto, probabilmente no. Nell’asfissiante cultura dell’utile, dell’interessarsi solamente a ciò che serve nel quotidiano, noi non serviamo. Al massimo, in ambito scientifico, la gente vuole consigli medici improvvisati piuttosto che opinioni su come riconoscere il pesce fresco al mercato (questioni per le quali non serve nemmeno un qualche titolo, ma solo un po’ d’esperienza) e non realizza, tra le altre cose, che in questo modo rischia di perdersi quanto di più spettacolare e misterioso hanno da offrirci la scienza e la natura, le loro bellissime cose “inutili”, tema di interesse solamente quando si decide di portare il proprio figlio al museo.

“Guarda figliolo, una scimmia che sta in piedi come noi!”

(Sembra quasi umana, l’hanno fatta bene… ma perché è nella sezione sull’origine dell’uomo? Mah…)

“Papà, perché l’hanno messa qui?”

“Boh… forse avevano finito lo spazio nella parte degli animali”.

(Gabriele Andreatta)

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